Autonomia. Capo delegazione trattante del Veneto prof. Bertolissi commenta nota dipartimento affari giuridici e legislativi di palazzo Chigi per premier Conte

Alla luce della nota sull’autonomia e sugli schemi d’intesa del Governo con le Regioni Veneto, Lombardia e Emilia Romagna, predisposta dal Dipartimento per gli Affari Giuridici e Legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri per il Premier Giuseppe Conte, la Presidenza della Regione del Veneto diffonde un commento del capo della delegazione trattante, Professor Mario Bertolissi, Ordinario di Diritto Costituzionale dell’Università di Padova:

“Da tempo, siamo obbligati a constatare che l’autonomia regionale differenziata – chiesta, in primo luogo, dal Veneto – non riesce a superare un fuoco di sbarramento, infarcito di luoghi comuni, che i mezzi di informazione rilanciano, quasi mai accompagnati da osservazioni critiche. Il Presidente Luca Zaia mi ha messo tra le mani l’“Appunto per il Presidente del Consiglio dei ministri”, licenziato il 19 giugno, utilizzato nel corso della riunione del Gabinetto del 26: appunto che pare abbia concorso a provocare l’ennesimo rinvio. 

Anche per questo, credo valga la pena di informare l’opinione pubblica, che deve sapere di che cosa stanno parlando: non tanto delle Regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, quanto – implicitamente, ma chiaramente – del Mezzogiorno, di cui si preoccupa Luigi Di Maio. Parlando a Napoli, il 18 gennaio 1923, Luigi Sturzo ricordò come “nel primo congresso nazionale tenuto a Bologna nel 1919 fu riaffermato che il problema del Mezzogiorno è di carattere ‘nazionale’”.

Sono trascorsi cent’anni e che cosa è scritto nell’appunto? Stando all’essenziale, l’estensore discute delle materie e si chiede se possano essere attribuite le relative funzioni a “tutte” 23 oppure no. La conclusione è negativa, perché c’è “qualche dubbio di costituzionalità”, sul presupposto che non sarebbe possibile “scorporare” parte delle materie di spettanza statale. 

Indicazioni di carattere concreto? Nessuna, ovviamente, mentre il consueto richiamo alla sanità e all’istruzione, che dovrebbero rimanere saldamente nelle mani dello Stato, non dice affatto di quali sono le condizioni in cui versano entrambe nelle varie Regioni, ma evocano l’eguaglianza in astratto. Insomma, si parla di “indebolimento dei diritti di cittadinanza” come se oggi fossero assicurati, con la medesima intensità, su tutto il territorio nazionale: mentre in Calabria, è meglio non ammalarsi e non poche difficoltà incontra pure l’istruzione. Che cosa si è fatto finora? Di certo, il degrado non dipende dall’autonomia differenziata, che non c’è; sebbene, tra l’altro, da una classe dirigente incapace, sulla quale l’appunto sorvola, preferendo dialogare sui massimi sistemi, che non portano mai a nulla di buono.

Serve “una legge di attuazione” dell’articolo 116, 3° comma, della Costituzione? Lo si esclude, dopo aver ripreso un dibattito dottrinale avulso dalla realtà, eccitante per gli azzeccagarbugli. I quali amano occuparsi, inoltre, del ruolo del Parlamento, che non va emarginato: dunque, deve poter emendare le bozze delle intese. Bene! 

Ma perché non dire che il Parlamento, da decenni, è ridotto a comparsa; convalida quello che ha deciso il Governo; patisce umiliazioni, senza colpo ferire, ad esempio, quando approva testi che addirittura non conosce, come è accaduto, a fine 2018, a proposito di documenti politici essenziali, quali sono il bilancio annuale e pluriennale? Se si vuole invertire la tendenza, lo si dica, ma si eviti di passare sotto silenzio eventi, che rendono paradossale quello che è scritto nell’appunto. Se si è inclini a dire no alle richieste regionali, è opportuno essere schietti, non ipocriti.

Quanto agli “schemi di intesa”, non si va oltre l’ipotetico: tanto è vero che si accenna – i formalisti amano combinare parole, ignorando la realtà, che genera sintesi – a “materie…strutturalmente non devolvibili nella loro interezza alle Regioni”. È un discorso che si fa a tavolino. Sul piano tecnico, si è in grado di stabilire che cosa si può e si deve fare a livello statale, regionale e locale: millimetricamente. Ne sanno qualcosa le delegazioni che si sono confrontate, del cui operato sono all’oscuro i redattori delle pagine date al Presidente del Consiglio, il quale avrebbe dovuto accorgersene, quando si è imbattuto nell’avverbio “strutturalmente”: che prova tutto e il suo contrario; dunque, nulla.

Infine, che dire delle osservazioni dedicate alle “risorse finanziarie”? Nelle bozze è riaffermato il criterio della spesa storica: a ogni Regione si darà quel che ora spende lo Stato, che è quanto di più irrazionale e scombinato vi può essere. Le Regioni hanno previsto che, “nell’ipotesi di mancato adempimento”, da parte dello Stato, dell’obbligo di introdurre i costi e i fabbisogni standard (l’inerzia dura da un decennio), si debba applicare il criterio del “valore medio nazionale pro-capite”, favorevole alle Regioni istanti.

 Sorpresa! Infatti, questa previsione sarebbe stata concepita “in chiave (incomprensibilmente) sanzionatoria per lo Stato”. Davvero, un rilievo paradossale, dal momento che la spesa storica genera inefficienze ed irresponsabilità; è contraria a elementari principi costituzionali; e, solo per questo, superarla dovrebbe corrispondere a un imperativo categorico per lo Stato, che pretende di essere garante della solidarietà, dell’eguaglianza e del pluralismo. Questa, quindi, è una clausola che sollecita a fare.

Invece – ecco la mia conclusione -, i fatti dimostrano che, finora, lo Stato ha “garantito” il contrario: lo provano le condizioni in cui versano il Mezzogiorno e, in particolare, Roma Capitale, di cui varrebbe la pena si occupassero il Governo e, pure, il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri. È sufficiente guardare fuori dalla finestra; leggere i quotidiani; prendere atto dei risultati di inchieste, che narrano storie vergognose.

Ne sarebbe felice, per primo, il Costituente.”

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